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Il Polyporus tuberaster

Jacquin nel lontano 1796 lo chiamò Boletus tuberaster. Nel 1821 Fries descrisse di nuovo questo fungo trasferendolo però nel genere Polyporus.

altri Sinonimi:

Polyporus corinatus Rostkovius 1848

Polyporus lentus Berkeley 1860

Leucoporus forquignonii (Quélet) Patouillard 1900

Nomi volgari: 

Pietra fungifera, Pietra fungaia, Pietra fungale

Il carpoforo è di consistenza carnosa ; il pileo di 10 – 15 cm di diametro di forma ovale o flabelliforme, generalmente convesso da giovane, con lo sviluppo diventa imbutiforme. Inizialmente di colore giallo crema, in seguito diventa bruno ocra. La sua superficie ricoperta da piccole squame sottili brune disposte in senso radiale. Carne bianca coriacea. Il margine sottile più o meno ondulato.

L’imenio costituito da corti tubuli decorrenti sullo stipite. Pori angolosi.

Stipite centrale o laterale cilindrico di 5 – 8 cm di lunghezza.

Sistema ifale dimitico. Basidi bi e tetrasporici con spore ialine, cilindrico oblunghe di 10-15 X 4 – 6 micron, episporio liscio.

Il micelio vegetativo di questo fungo che da origine ai ricettacoli è formato da un fitto intreccio di ife, le più esterne sclerotizzate e brune per la melanizzazione delle pareti. Tale formazione, denominata “sclerozio”, si sviluppa abbondantemente e include insieme frammenti di pietra e terra fino a costituire un ammasso di grandi dimensioni (30-40 cm di diametro). Il suo peso può raggiungere 8-10 Kg e l'ammasso è di rilevante durezza. Lo sclerozio costituito è da uno strato esterno detto cortex e da una zona centrale detta medulla.

La prima stampa che riproduce il P.tuberaster fu inserita nel “Museo di fisica ed esperienze” pubblicato a Venezia nel1697 da Paolo Boccone (1633-1704).

 

Lo sclerozio, raccolto e conservato in luoghi freschi e poco illuminati come cantine e grotte, quando bagnato, assorbe acqua più della metà del suo peso e produce periodicamente fino al suo esaurimento, numerosi carpofori da destinarsi al consumo alimentare.

Questa concrezione che per la sua durezza fu chiamata “pietra fungaia” nota da antichissimi tempi. Sulla sua natura e sulle sue proprietà si sono sbizzarriti i naturalisti di ogni epoca. Alcuni la inserirono nel Regno minerale altri in quello vegetale.

Ermolao Barbaro (1454-1493) Patriarca di Aquileia, nel suo “Corollarium” del 1516 scrive : “Dal sasso nasce un fungo di mirabile natura: se si taglia il suo gambo alla base, rinasce un nuovo fungo, purché una parte del gambo venga lasciata nella pietra”.

Nel passato era usato anche in medicina. Giovan Battista della Porta (1540-1615) nella “Phytognomonica” del 1588 lo ricorda e ne raccomanda l’uso per la cura dei calcoli renali.

Lo storico e geografo greco Strabone, vissuto nel I secolo d.C. la chiama “Lapis lyncea”. L’origine di questo termine fu spiegato da Plinio, il quale scriveva che a dare vita alla pietra ipogea fosse l’urina della lince ricoperta con terra.

Il medesimo argomento fu ripreso da Matteo Silvatico (1285-1342) che operò nell’ambito della Scuola Medica Salernitana. Nella sua opera “Opus Pandectarum Medicinae”, redatta nel 1317 e dedicata al re di Napoli Roberto D’Angio, scrive che “l’urina della lince, coagulata in montagna e conservata in casa poteva fornire funghi per tutto l’anno”.

 

Questo riferimento fu ancora comune all’inizio del XVII secolo. Infatti il principe romano Federico Cesi (1585-1630) fondatore dell’Accademia dei Lincei, nella sua opera “Theatrum Naturae” del 1623 ne disegnò una tavola e riferì di averlo coltivato su una finestra del suo palazzo a Roma. “ex lapide seu tubere fungifero Romae in fenesta”.

Sulla vera natura della “pietra fungaia”, verso la fine del 500, alcuni naturalisti non espressero più perplessità circa la sua natura minerale e sostennero che essa appartenesse al regno vegetale. Tra questi ricordiamo: Pier Andrea Cesalpino (1525-1603); Ferrante Imperato (1550-1631); Marco Aurelio Severino (1580-1656).

Archiatra pontificio e docente di medicina alla Sapienza di Roma, Pier Andrea Cesalpino, da molti considerato il padre della botanica italiana, inserì il “Lapis lyncurius” tra i funghi del suo “De plantis” del 1523.

Il farmacista e naturalista napoletano Ferrante Imperato, noto per aver allestito un museo naturalistico che divenne molto conosciuto in Europa, sostenne l'origine organica dei fossili. Egli ebbe il merito di aver riconosciuto per primo che la pietra fungaia fosse un vegetale. Nella sua “Historia Naturale” del 1599 descrisse la pietra come una produzione vegetale sotterranea simile ad un tartufo che bagnata moderatamente produce funghi in primavera e in autunno.

Laureato in Alma Philosophia e Sacra Medicina presso il Collegio Medico di Salerno, Marco Aurelio Severino fu l’autore di una dissertazione dal titolo “De lapide fungifero” del 1649. In essa raccoglie gli scritti dei suoi predecessori, li esamina ed esprime, dopo una attenta analisi, che “la pietra fungaia non è assolutamente una pietra”. Lo studioso riteneva che queste formazioni fungine sotterranee fossero capaci di generare funghi ed era convinto che " la pietra fungaia" fosse una spugna vegetale fossilizzata capace di impregnarsi di una notevole quantità d'acqua e diventare matrice di funghi. Da una sua analisi condotta su campioni di P. tuberaster, dimostrò che la distillazione secca del materiale aveva dato: "acqua fatua" "oleum guaiacinum", cenere e carbone. Il metodo di ricerca da lui adottato all'epoca fu una convenzione nuova ed efficace nel condurre un'attenta indagine della natura e dei suioi fenomeni.

In Italia il P. tuberaster era un tempo una specie molto comune nei boschi dell’Appennino centromeridionale. Meno diffusa al nord attualmente divenuta una rarità a causa dei disboscamenti. Recenti ritrovamenti del fungo ne indicano ancora la presenza in alcune regioni come la Sardegna e la Calabria ove nel passato era particolarmente diffusa.

Gli storici calabresi Girolamo Marafioti (1567-1626) di Polistena, in “Croniche et antichit di Calabria” del 1596 e Giovanni Fiore (1622-1683) di Cropani in “Calabria illustrata” pubblicata postuma nel 1691 la descrivono come una specialità dei monti che circondano il paese di Saracena nei pressi di Cosenza.

 

Andrea Brunori - Paolo Avetrani